Se questa è una guerra, non dobbiamo dimenticare quella raccontata da nonne e nonni, mamme e padri, che l’hanno vissuta, subita, combattuta, vinta anche da perdenti. Perché sono riusciti, comunque, a sopravvivere. E risorgere. Non c’era il Covid-19 (Coronavirus disease), ma un nemico frontale e visibile, qualunque fosse. Ma allora esisteva, come oggi, “la fabbrica del cibo“, quella filiera che dai campi alla tavola assicurava e garantisce ancora la sopravvivenza. L’agricoltura fu determinante nello sfamare gli italiani. Non solo: la vita rurale salvò migliaia di sfollati dai bombardamenti, alimentando un legame città-campagna che si è protratto dal dopoguerra sino ai giorni nostri. Ai tempi del Coronavirus rappresenta sempre una certezza, dietro le quinte di una battaglia quotidiana combattuta in città con le mascherine, l’amuchina, i presidi sanitari, il fronte degli ospedali. La gente dei campi (imprenditrici e imprenditori) è un esercito silenzioso, che non si vede ma c’è, in questi giorni dominati da incertezze, paure, psicosi. Se nel nostro Paese riusciamo a fare la spesa, ad approvvigionarci di cibo, lo dobbiamo a quelle 740 mila aziende agricole, 70 mila imprese di trasformazione alimentare e alla capillare rete di distribuzione (negozi, supermercati, discount, mercati). Una filiera che dai campi alla tavola vale 538 miliardi di euro, pari al 25% del Pil, con 3,8 milioni di persone per garantire la “food security”, la sicurezza alimentare. Coldiretti ha lanciato un appello nazionale per invitare tutti a evitare assalti ingiustificati, perché nel mese di gennaio c’è stato un aumento record della produzione alimentare del 6,8 per cento: una riserva alla quale si potrà ancora attingere. (Gianfranco Quaglia, direttore di agromagazine.it) “L’Analisi” è in onda ogni lunedì alle 17,45 su City4you.