In questo periodo di emergenza, dove tutto pare bloccato e sospeso in precario equilibrio tra notizie destabilizzanti o di timido conforto, è più facile soffermarsi a riflettere su come la nostra vita sia cambiata in pochi giorni: il confine che separa il presente dal futuro è diventato un orizzonte piuttosto nebuloso e labile. Ma questo non c’impedisce di andare avanti, anche se al momento le strade sembrano un po’ più vuote, circolano volti in parte coperti dalle mascherine e ogni starnuto o colpo di tosse viene salutato da un’occhiata di sdegno e malcelata insofferenza. Viaggiando ogni giorno su autobus, metropolitana e treno faccio parte di quella categoria “a rischio” perennemente esposta al contatto con gli altri, che nessuna ordinanza o decreto può salvaguardare da eventuali pericoli: se prima si osservava con sospetto “l’altro” perché straniero, oggi quello che ci accomuna tutti (italiani e non) è la nostra personale battaglia quotidiana contro il virus e la paura, che riesce però ad abbattere quei muri apparenti che prima ci separavano. La razionalità può venire in soccorso ma lascia comunque delle zone grigie difficilmente gestibili… Eppure in questo groviglio di sensazioni contrastanti ci sono spiragli che si aprono regalando attimi di luminosa consapevolezza, inaspettati e per questo ancora più preziosi. Come se la vita non facesse altro che aggrapparsi alla Vita, in un abbraccio ancestrale e primitivo, profondamente innato in ciascuno, tanto personale quanto universale. Mi capita così di osservare con occhio diverso le strade meno ingolfate dal traffico dove le persone non hanno comunque rinunciato a correre lungo il Naviglio della mia Milano facendo sport, magari in sella ad una bicicletta, lasciandosi accarezzare da un sole che preannuncia la Primavera e altre stagioni che verranno; oppure i genitori costretti a restare a casa dall’ufficio che ne approfittano per stare un po’ di più con i loro figli al parco, all’aria aperta, ingannando il tempo e le angosce legittime. Perché anche l’essersi precipitati in qualche supermercato a fare scorta di provviste non è nient’altro che un segnale dell’aggrapparsi a quella incondizionata brama di esistere. Che diventa anche voglia di sdrammatizzare, magari con un video inoltrato su WhatsApp per strappare un sorriso o una risata (chi, come me, si è ritrovato per vari motivi tra le corsie di un ospedale sa quanto il cercare un motivo d’ilarità anche nelle situazioni più faticose diventi un espediente quanto mai necessario). Nonostante tutto, piccoli grandi semi di Speranza. Che non si spegne, non demorde e non si abbatte. Nonostante Tutto… Di questi tempi, ho l’impressione che non sia affatto poco. (MP)